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Rapporto grafologia-diagnosi e datazione delle scritture

Le vostre domande, con le relative risposte, su argomenti che rivestono un interesse di carattere generale

Moderatori: guido, antonella zauli

Rapporto grafologia-diagnosi e datazione delle scritture

Messaggiodi guido il 11 lug 2008, 15:15

Abbiamo ricevuto una lettera firmata, che solleva temi di interesse generale, quali la datazione di uno scritto e la possibilità di effettuare diagnosi su base grafologica.

Con il consenso della persona interessata, ben volentieri la pubblichiamo; di seguito, troverete la nostra risposta.


Vorrei chiedere informazioni in merito ad una situazione che sto vivendo:
Circa due anni fa ho pubblicato un testamento olografo di un mio vecchio zio, con data e firma del 20 maggio 2002.
Dopo circa un anno, lo stesso mi è stato impugnato da alcuni parenti perché, secondo loro, lo stesso è stato redatto nel dicembre 2004, quando lo zio, a causa di un’ insufficienza respiratoria, veniva ricoverato in ospedale.
Io stesso ho fatto eseguire una perizia calligrafica, sugli originali, e una perizia medica da cui risulta che il testamento non solo è valido, ma porta la data del 2002, ma, all’epoca della stesura, lo zio era capace di intendere e volere.
Fino ad oggi, controparte non ha fornito elementi, documenti e altro, a supporto della loro tesi, tra l’altro è stata chiesta la famosa 183 dove hanno riconfermato quello che veniva chiesto nella citazione.
Al giuramento del CTU, dopo che il giudice aveva conferito le domande allo stesso, controparte ha ulteriormente chiesto di verificare, attraverso la grafia, lo stato di capacità dello zio.
La cosa mi è sembrata molto strana: è come se volessero trasferire il testamento, con data 2002, al 2004.
Una perizia chimica sarebbe stata l’ideale, ma sono passati sei anni quindi non da considerare, tra l’altro non è stata mai chiesta da entrambe le parti.
Volevo sapere se sia possibile, dalla grafia, capire lo stato di capacità del testatore?
Ci deve essere comunque un riferimento, patologia, che possa confermare questa tesi? Da premettere che non vi è nessun riscontro medico relativo all’anno 2002; tra l’altro, nel 2004, lo zio ha fatto domanda di accompagno che gli è stata rifiutata dopo la visita medica di 4 medici in cui lo ritengono capacità di intendere e volere.
Come si può dire che, un testamento con data 2002, sia stato scritto nel 2004?



Risponde Guido Angeloni, presidente di Filografia.


Innanzitutto, da quello che ho capito, la prova spetta alla sua controparte e questo può fare la differenza.

Nel merito, i temi da lei sollevati sono due:

1) E’ possibile datare uno scritto?
2) E’ possibile effettuare una diagnosi su base grafologica?

Inizio dal secondo quesito.

La grafologia non consente diagnosi, ma di ciò i grafologi non si dispiacciono. Il campo del grafologo è l’analisi. L’analisi restituisce la persona, mentre la diagnosi focalizza un sintomo. Da ciò si desume che la diagnosi (nell’ottica di un grafologo) è ben poca cosa, ma, per contro, operando un riferimento ad una metafora, la diagnosi salva la vita. L’analisi, però, assiste la vita, ovvero è la condizione necessaria per rimodellare costantemente la personalità dello scrivente, rendendola più armonica (e, dunque, più viva e/o più aperta alla vita).

La grafologia, inoltre, indaga il qualitativo, mentre, sovente, la patologia attiene al quantum. Il medico, peraltro, oltre ad avere una specifica preparazione clinica, ha la possibilità di avvalersi di un’anamnesi e da quest’ultima ricava il quantum di una determinata manifestazione morbosa. In sintesi, l’ansia è un sintomo molto diffuso nella stragrande maggioranza delle persone, ma solo una piccolissima parte di loro è affetta dalla nevrosi d’ansia, che lo psichiatra diagnostica dai racconti del paziente. Dunque, il medico indaga una persona.

Il grafologo, invece, indaga una scrittura e, di norma, della persona ha delle notizie molto sommarie (età, sesso, grado di istruzione, ecc..). Beninteso: anche se il grafologo avesse un resoconto dettagliato dello scrivente esaminato, non sarebbe comunque autorizzato ad esprimere una diagnosi, per i limiti intrinseci dello strumento che utilizza, sopra specificati.

Tuttavia, è ben evidente, che il grafologo ben preparato può formulare delle ipotesi di tipo diagnostico (cosa che può essere richiesta da persone, aventi titolo, che hanno rapporti con l’interessato), ma ha l’obbligo etico di avvertire che tali ipotesi debbono essere sottoposte all’indispensabile verifica di uno specialista. In pratica, quando il grafologo ha motivo di ipotizzare una qualche patologia e/o una disarmonia importante di personalità, ha sempre l’obbligo etico di consigliare la persona interessata a rivolgersi ad uno specialista (in genere, lo psicologo), beninteso con modi ed argomenti appropriati (il punto è intuitivo).

Dunque, la diagnosi è compito del medico (nel campo che interessa questa risposta, lo psichiatra e il neurologo).

Vi sono dei casi, però, nei quali diviene indispensabile operare ricorso ad un grafologo. Ad esempio, nel caso delle demenze o dei parkinsonismi, diagnosticati da medici, e non pervenute all’ultimo stadio, può sorgere il dilemma se nel momento in cui lo scrivente ha redatto il testamento fosse completamente incapace di intendere e di volere, oppure no.

Supponendo una problematica di tipo neurologico, sono stati isolati alcuni indici grafici- grafologici che sono significativi di disordine cognitivo e volitivo. Tali indici si basano sul fatto che la scrittura è in sé, un atto cosciente in cui sono coinvolti sia l’intelligenza sia la volontà.

Ferma la diagnosi di cui sopra, gli indici sopra richiamati hanno una forza dimostrativa tale, che in genere, sono convincenti.


Per le problematiche dipendenti da aspetti puramente psichici, invece, la dimostrazione grafologica non ha la stessa forza di convinzione. In questi casi, molto dipende dai titoli del grafologo implicato (nonché da prove testimoniali, ecc..), ma questo evoca un’altra questione.

Chi può effettuare una valutazione (non una diagnosi, il punto è già chiarito) di tipo psicologico, utile ai fini della capacità di intendere e di volere e di ogni altro aspetto?

Solo il grafologo, avente una specifica preparazione.

Si deve sapere che coloro che effettuano le perizie grafiche (attribuzioni di grafie) possono essere grafologi e non. Molti periti, infatti, adottano il metodo grafonomico (nato ed applicato nell’ambito della polizia scientifica), che è esclusivamente un metodo attributivo.

In genere, inoltre, i grafologi che si occupano di perizie non hanno una preparazione spiccata nel campo delle analisi grafologiche di personalità, sebbene vi siano numerose e qualificate eccezioni. Dunque, bisogna chiedere al CTU (Consulente Tecnico di Ufficio) quale metodica adotta. E se grafologo, occorre chiedergli se ha la necessaria preparazione per effettuare delle analisi grafologiche di personalità.

Ed ancora: purtroppo, la grafologia non è formalizzata (vi erano due corsi di laurea – chi le scrive era docente in uno di questi – che sono stati disattivati) e, dunque, bisogna anche chiedere notizie sugli studi. Ad esempio, quante ore di teoria e, soprattutto, quante ore di esercitazioni grafologiche? Tenga presente, che in genere un buon corso deve essere triennale e deve prevedere almeno trecento ore di esercitazioni. E’ lecito anche chiedere di eventuali pubblicazioni, ecc..

Ovviamente, è da preferire il grafologo che possa vantare anche una preparazione clinica, ma, al proposito, bisogna tenere presente che ciò che conta è soprattutto la preparazione grafologica. Uno psichiatra che avesse frequentato un corso di 100 ore di grafologia, se effettuasse una diagnosi basandosi sulla scrittura, incorrerebbe sicuramente in seri errori (che sarebbe molto difficile rovesciare, in sede di dibattimento, per ovvi motivi).

In ultimo, nel caso concreto, chi ci ha scritto dovrebbe avere l’accortezza di affiancare al suo consulente (nel caso ce ne fosse bisogno) anche un grafologo, avente titoli nel campo delle analisi grafologiche di personalità.


In merito alla datazione.

La strada degli esami chimici quasi mai è percorribile, perché tali esami danno un giudizio di tipo relativo (ad esempio, le scritte che compaiono su uno stesso documento, sono state apposte nello stesso periodo?) e non storico.

In genere le grafie maturano, evolvono e subiscono un processo di involuzione, parallelo ai processi maturativi, evolutivi ed involutivi della persona, ma da questo punto di vista, bisogna aggiungere che si danno molte eccezioni (ad esempio, grafie di adulti che hanno una fisionomia infantile, grafie di anziani, che hanno una fisionomia giovanile, ecc..).

Sulla base di cui sopra, dunque, il grafologo preparato, di norma, può ordinare in senso cronologico più scritture di uno stesso soggetto. La condizione necessaria, però, è che le grafie siano redatte in periodi tra loro lontani. Di norma, le grafie redatte in un periodo breve, che nel caso in questione, sarebbe di due anni, non presentano differenze significative.

Anche in questo caso, però, vi sono delle eccezioni. Ad esempio, nel periodo di passaggio tra la fase preadolescenziale e la fase adolescenziale vera e propria, oppure, in età senile, o in qualsiasi età, se nell’intervallo considerato siano intervenute novità di tipo psichico e sanitario molto significative.

Sperando di essere stato esaustivo, la saluto

Guido Angeloni
Presidente di Filografia
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